…
Arrivano alla spicciolata quelli di casa, arrivano compatti quelli delle scuole ospiti: sono i ragazzi, sono 200, sono il pubblico protagonista del momento inaugurale della giornata del convegno “ETHOS – Etica e Responsabilità“. Visti da qui, dal tavolo dei relatori e degli organizzatori, per ora sono indecifrabili: immagino curiosità, aspettative, temo diffidenza, addirittura indifferenza. D’altra parte in giro, di loro, non si dice spesso bene. Ma non c’è più tempo per riflettere e per fare ipotesi di psicologia spicciola: il ritmo delle percussioni africane di Mario Feller, Mirko Paternolli e Helmut Pichler batte violento e trascinante e copre tutto: brusio, rumori di fondo e pensieri. Poi il silenzio e si attacca.
Una breve introduzione, quello che basta spero, per far capire loro quali sono le intenzioni di questa giornata, del nostro lungo lavoro di un anno, del perché abbiamo voluto cominciare da loro, investire in loro il primo passo ufficiale della giornata. Guardarli negli occhi, tutti, è impossibile e così cerco di parlare ai loro cuori e chiudo dicendo che se, uscendo da lì a fine mattina, saranno almeno un po’ diversi da come ci sono entrati, se avranno portato con sé la consapevolezza di avere davanti anche quella strada, di cui tra poco si parlerà, per crescere e diventare se stessi, allora come organizzatori avremo centrato l’obiettivo. Marco ribadisce in tedesco.
L’applauso che segue è sulla fiducia. Ma è quello che basta per dare inizio con il giusto slancio ai racconti. Parole a braccio, interviste dettate dalla curiosità professionale e umana del moderatore Paolo Mazzucato, programmista e regista Rai di Bolzano, molte immagini, qualche oggetto, le domande dei ragazzi: questo vogliamo che sia “Esperienze sul campo – Lebensberichte”. E questo, inaspettatamente quanto a intensità, è poi stato.
E’ Umberto Zanarotti, l’otorino volontario in Kenia e nel Congo, ad affrontare per primo gli sguardi dei ragazzi e li copre di parole, di un flusso continuo che testimonia loro in maniera equivocabile del modo con cui ha vissuto quella esperienza, e con quella anche la vita: a pelle scoperta, senza protezioni né preconcetti. E le sue mani che si agitano insieme ai suoi discorsi che si interrompono e si aggrovigliano nella voglia di dire tutto, sottolineano gli interrogativi che egli stesso si pone, smitizzano prima di tutto l’aureola d’eroe, ma indicano in quel ruolo i volti dei bambini, delle donne e degli uomini che sfilano sullo schermo: lascia il segno, Umberto, e lo si capisce dai ragazzi che non fiatano, che lo seguono con gli occhi, che si commuovono alla sua commozione. Forse, mi dico, li abbiamo presi. Sono qui col cuore e con la testa e noi siamo con loro.
E continuano ad esserci anche dopo, appena Fiorenza Cavada prende il microfono in mano. Infermiera professionale, esperienza nel Sudan in un avanzatissimo centro cardiochirurgico: le immagini quasi patinate di una struttura efficiente e pulita e di attrezzature all’avanguardia lasciano via via il posto ai volti delle persone, a quelli dei bambini nei letti, alle immagini più soffocanti della periferia di Soba, ma le parole di Fiorenza rimangono sull’onda dell’emozione, che parli di attrezzature ed interventi o di abbracci e sguardi profondi. E dice loro che non c’è fretta per queste scelte, che prima c’è bisogno di maturare se stessi, di arrivare pronti: con il proprio bagaglio di esperienza e con le inevitabili paure.
I ragazzi seguono, seguono ancora. Gli sguardi sono fissi su chi parla, spiano le immagini. Neppure il tempo di confidarsi impressioni ed emozioni: il carico da sopportare è molto e ognuno lo porta da sé. Anche quando attacca il suo racconto Igor Pesce, architetto in Afghanistan per Emergency. La casualità lo ha portato lì, un desiderio confuso di cambiare qualcosa di sé, una notte a navigare in Internet: inizia così il suo intervento. Niente di più vicino alla sensibilità dei ragazzi che cercano esempi nel quotidiano. Anche lui è un fiume in piena e mescola riflessioni, elementi di razionale analisi sociale e politica con le emozioni, con l’impatto personale dentro un territorio di guerra, a contatto con il senso della paura.
Il mix rimane addosso ai ragazzi che ancora non mollano l’attenzione. La pausa quasi li sorprende e l’uscita dalla sala non è di quelle precipitose, non è una fuga. E’, appunto, soltanto una pausa. Forse il momento per guardarsi in faccia e capire quanto e cosa sia arrivato a tutti, forse per qualche confidenza al di là degli appunti che alcuni diligentemente prendono. Anche noi intanto ci guardiamo in faccia e ci sciogliamo nello stupore: stiamo parlando una lingua che arriva, stiamo aprendo una porta attraverso cui i ragazzi hanno voglia di guardare. I complimenti giungono anche dagli insegnanti: non è tempo perso o rubato alle lezioni, ma è scuola, scuola vera.
Ma che ne sarà ora di tutto questo al rientro? Tocca a loro adesso, ci aspettiamo domande, stimoli, perché, anche contestazioni magari, purché parlino. Il rientro è tranquillo e riprendiamo lì da dove abbiamo chiuso come ci fossimo interrotti nel discorso, ma non nelle sensazioni e nell’empatia che ci unisce tutti lì dentro.
Le domande sono centellinate, non c’è un fiume di parole. Ma non c’è abitudine tra loro a momenti come questi: a loro non è richiesto di fare domande, ma di rispondere a quelle degli insegnanti. E poi, forse, quello che hanno visto e sentito è sceso più nel profondo di quanto si aspettassero e questo, sempre, lascia con poche parole. Però il discorso riprende e si toccano anche temi grossi, importanti: le donne, le culture altre, il coraggio, le diverse filosofie di aiuto al terzo mondo. Chi se ne va adesso è solo perché il tempo, per loro, è scaduto ed è ora del rientro nelle sedi: andandosene si scusano di non poter restare. Chi rimane invece non guarda l’orologio, non lo guardiamo neppure noi e ci stupiamo a scoprire che abbiamo sforato, e non di poco. E’ l’ora del saluto e, scherzando, minacciamo di morte Igor che ancora li tiene ancorati alle sue riflessioni e alle sue sensazioni. Ringrazio tutti, ma soprattutto loro, i ragazzi. Dico loro che un pubblico così, mi correggo, delle persone così sono il massimo per chi organizza, ti danno il senso dell’utilità del tuo lavoro e ripagano di ogni sforzo. Il loro applauso di commiato, forte e straripante, è da occhi lucidi. Li guardo andar via già con nostalgia.
Andrea Rossi (UPAD)