Dell’etica e dei comportamenti

19 07 2008


Un estratto dell’omonimo articolo di Barbara Militello, Membro del Comitato Esecutivo ANSDIPP, su Assistenza Anziani Maggio/Giugno 2008.

(…) Questi sforzi e questi risultati non hanno fatto altro che evidenziare progressivamente una lontananza ben più difficile da colmare di quella che abbiamo affrontato in questi anni: quella del sistema di valori su cui si sostengono i nostri comportamenti eticamente corretti.

Nel mondo del “fuori” il valore dell’essere vecchi non c’è.
Essere responsabili e garanti di un sistema di valori un po’ controcorrente come quelli da noi rappresentati, comporta una presa di coscienza dei propri limiti professionali e personali e nello stesso tempo la necessità di sviluppare una nuova capacità manageriale che passa inevitabilmente attraverso una nuova consapevolezza del nostro sistema di valori: quello personale, quello generato dalla nostra interiorità soggettiva cioè da quello che siamo in termini di idee ed emozioni. Questa nostra identità non strettamente professionale viene infatti espressa nei sistemi valoriali esistenti all’interno dei nostri servizi, da noi governati attraverso le regole che diamo alla vita comunitaria.

E’ quindi importante per noi avere la possiblità di renderci consapevoli delle variabili valoriali alle quali siamo noi stessi sottoposti come persone che vivono nel “fuori” pur lavorando nel “dentro” delle strutture.

Il mondo nel quale noi stessi viviamo è governato da variabili sulle quali non abbiamo nessun potere. Sono variabili di macro sistema alle quali difficilmente chiunque può sottrarsi: ne fanno parte il mercato globale, l’organizzazione dei tempi di vita, i portati culturali della nostra civiltà attuale. Alcune di queste variabili incidono pesantemente sul nostro essere persone e finiscono quindi per esprimersi nella nostra managerialità molto più di quanto possa fare il nostro curriculum e il nostro corso di studi.

I portati di questi condizionamenti di macro sistema confluiscono attraverso di noi dentro le nostre organizzazioni e aprono falle e contraddizioni che si esprimono nei nostri processi operativi ai quali attribuiamo spesso la colpa di essere distorsivi delle nostre idee teoricamente impeccabili nella loro portata etica. E’ quindi importante essere consapevoli di tali condizionamenti non per governarli ma per gestirne le conseguenze.

La prima variabile critica che considero importante per la nostra funzione di Manager è definita dal contesto culturale che ci vede spesso in posizione lontana rispetto ai processi operativi delle nostre strutture. Questo succede per una serie di concause: i titoli di studio che ci vengono richiesti ne sono una causa importante in quanto spesso viene privilegiata la dimensione giuridica per sua stessa definizione lontana dall’operatività e tendente alla teorizzazione.

In altre parole tendiamo, consapevolmente o no, a essere i teorici delle nostre organizzazioni… Tanto poi all’operatività ci pensano gli altri. Stressando il concetto tendiamo a sentirci meglio nella poltrona del “Segretario” più che in quella del “Direttore”. Il Direttore infatti tende ad avvicinarsi pericolosamente alla sfera della realtà operativa. Con tutti i suoi tranelli e le sue contraddizioni.

Molti di noi hanno cercato di scrollarsi di dosso questo marchio di fabbrica del “bravo teorico” cercando di preoccuparsi delle ricadute operative delle buone idee cercando, in sostanza, di creare una stretta alleanza tra teoria e operatività. Tentativo questo per niente facile: è molto più facile creare due dimensioni scollate l’una dall’altra. Metterle in sinergia significa confrontarsi, lavorare con i gruppi, seguire i tempi del gruppo spesso molto più lenti di quelli del singolo.

Comunque nel corso del tempo questa categoria di Direttori “non troppo teorici” ha creato il suo spazio (anche grazie ad ANSDIPP) e oggi esiste un gruppo di noi che tenta di gestire i processi organizzativi delle proprie strutture dentro una sfera di coerenza etica.

Tuttavia anche in questo contesto mi sento di indicare un pericolo che evidenzio più che altro per sollecitare la nostra riflessione. Spesso anche questi Direttori “illuminati” hanno come unica valigetta degli strumenti la normativa. Anche perchè spesso la normativa è davvero l’unico materiale esistente in tema di etica e valori. Solo che utilizzata come appiglio diventa uno strumento per eludere la problematicità etica delle situazioni: ricordo oggi la difficoltà di definire l’etica dei nostri servizi rispetto a temi come l’accompagnamento alla morte e l’accanimento terapeutico (quello nutrizionale in particolare).

In questi casi la normativa esprime tutta la sua incapacità ad essere uno strumento utile a progettare interventi autenticamente etici. Ecco che il ruolo del Direttore/Persona diventa fondamentale nell’utilizzo di questo strumento come mezzo e non come fine.

Essere “Manager del Sociale” significa anche assumere scelte coraggiose evidenziando la necessità di andare oltre limiti di stretta legittimità normativa, limiti entro i quali viene salvaguardata la nostra sicurezza personale ma non l’eticità dei comportamenti delle nostre organizzazioni.

La seconda variabile critica che considero importante per la nostra funzione di Manager è la variabile “tempo”.
Nella realtà di tutti i gironi abbiamo una mole enorme di azioni che dobbiamo svolgere sia come persone che come Direttori. Questo sembra avere l’effetto paradossale di bloccare il nostro tempo perchè noi non abbiamo mai tempo a disposizione. Il tempo è come compresso a causa della grande quantità di azioni da svolgere. Lo usiamo quasi unicamente per fare.

In questo “fare” siamo dentro un eterno presente in cui costantemente corriamo. Il nostro presente è correre. Verso dove? Con quali obbiettivi? Spesso non abbiamo il tempo per chiedercelo. Forse neppure quello per scegliere, decidere. Credo che in questa fotografia ci riconosciamo praticamente tutti in quanto costantemente travolti dall’emergenza e dall’operatività.

A parte la difficoltà di lavorare in queste condizioni cerchiamo di capire che cosa significa questo in termini di qualità del nostro apporto professionale.

Questo modo di subire il tempo ci dà il senso dell’artificialità della nostra vita.
Nel ciclo biologico della vita c’è un ritmo diverso: c’è un prima, un durante, un dopo. C’è un momento per nascere, uno per vivere e uno per morire. E ciascuno è un momento di realtà diverso dall’altro con ritmi diversi, scenari diversi, valori diversi. Ma dove è questo ciclo biologico vitale nella nostra vita di tutti i giorni? Che cosa tagliamo fuori dalla nostra vita in questo ciclo vitale artificiale? Potremmo dire molte cose. Limitiamoci ad alcune che hanno a che vedere con il nostro lavoro di Direttori. Non seguire più i ritmi vitali biologici significa che nell’immaginario collettivo (non nella realtà!) siamo noi a governare il tempo.

Significa che se abbiamo sconfitto il ritmo biologico, nel nostro immaginario pensiamo di avere sconfitto la vecchiaia e la morte. Questi sono elementi estranei al nostro presente. Pensiamo che in realtà non arriveranno mai. La vecchiaia e la morte diventano elementi accidentali della vita: la vita non ci ha niente a che fare. Non appartengono ad un ciclo biologico: quando c’è la vita non ci sono loro.

Quando ci sono vecchiaia e morte non c’è più la vita. In questo contesto culturale gestire l’eticità della vecchiaia e della morte diventa davvero una impresa epica. Per affermare un sistema di valori legato alla vecchiaia e alla morte bisognerebbe mettere in circolo idee culturali capaci di sovvertire questo immaginario collettivo distruttivo, innescare battaglie che facciano davvero apprezzare un’altra bellezza, quella del corpo che ha vissuto, quella della vita non solo materiale ma anche spirituale, la vita delle emozioni…

Essere “Manager del sociale” significa quindi anche attivare imprese “epiche”, impegnarsi in battaglie culturali evidenziando la necessità di andare oltre i limiti che comprimono la dignità della persona, limiti entro i quali viene ancora una volta salvaguardato un quieto vivere rassicurante ma non l’eticità dei comportamenti delle nostre organizzazioni.

Questa fotografia delle cratteristiche personali del “Manager del sociale” è una proposta forte alla quale voglio aggiungere un ulteriore elemento rubato a certe teorie aziendali che azzardano l’idea che i veri leader nelle organizzazioni devono saper sognare. Queste teorie affermano che il sogno ha ricadute operative sorprendenti a medio/lungo termine e che allarga confini apparenti. I sogni sarebbero linfa creativa, innovativa e propellente per l’organizzazione. Sognare infatti rappresenterebbe il permesso che le organizzazioni si danno di potere essere migliori e quindi un diritto e un valore in sè.

Ho cercato di esprimere la mia convizione che l’Etica perseguita nei nosti servizi e garantita con la nostra responsabilità non può essere un’etica lontana e disgiunta da quella che vive oltre le nostre mura. E’ importante prendere coscienza che i due sistemi di valori sono in questo momento alquanto lontani e che una corretta interpretazione del nostro ruolo deve tener conto della necessità di assumere a volte anche scelte coraggiose e di impegnarsi in battaglie culturali difficili. Questo significa che dobbiamo interrogarci sulle nostre reali doti di manager capaci di consentire alle nostre organizzazioni di sognare e di allargare così confini che sono solo mentali e culturali e pertanto non reali ma solo apparenti.


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